Lavoro – a ognuno il suo!

Quanto più mi piace fare qualcosa, tanto meno lo chiamo lavoro
(Richard Bach)

Questa mattina, mentre rientravo dalla consueta passeggiata con i cani, mi è capitato di incontrare una ragazza che, apparentemente spaesata, camminava verso di me. Quando i nostri sguardi si sono incrociati, mi ha chiesto alcune informazioni dicendo di essere una venditrice porta a porta. Ciò che mi ha colpito di questo incontro è stato il fatto di aver notato nella ragazza una grande timidezza e intimorimento e di essermi conseguentemente chiesta se una posizione da venditore potesse essere adatta alla sua persona. Tale osservazione ha mosso dentro di me un senso di tenerezza nei suoi confronti e una serie di riflessioni sul mondo del lavoro. 

Il lavoro dei sogni…

In condizioni ideali, ogni persona, nel corso della propria vita, punta a ricercare il lavoro che più le si addice. Interessi, passioni, personalità e molto altro, concorrono a definire quello che sarà, per lei, il “lavoro dei sogni”. Nonostante non sia per tutti così, forse un po’ utopisticamente, l’intento è quello di raggiungere un buon livello di realizzazione personale anche in ambito lavorativo al fine di percepire la propria vita come completa e soddisfacente. 

Durante tale ricerca può capitare di doversi adattare a posizioni od occupazioni differenti da quella desiderata. Similmente, accade non di rado di dover svolgere mansioni per cui ci si sente, per questioni caratteriali o in termini di competenze e capacità, poco portati. Ad esempio, una persona timida e poco predisposta alle interazioni sociali potrebbe doversi adattare a un lavoro come barista o venditrice, mentre una dalle evidenti doti di leadership positiva può trovarsi a lavorare per un capo non molto stimolante o, ancora, una persona poco portata per il lavoro in team può dover lavorare a stretto contatto con i propri colleghi, collaborando con loro. 

Quindi…

Tornando all’incontro di questa mattina, ammetto di essermi chiesta: quanto dev’essere stressante per una persona svolgere, magari per mera necessità, un lavoro diverso da quello che desidera e per il quale si sente portata? Quanto può essere difficile far fronte alle richieste che giungono da un’occupazione che richieda caratteristiche o competenze differenti da quelle che possediamo? Quali possono essere le conseguenze di una snaturalizzazione obbligata?

L’importanza di un’attenta selezione 

È chiaro: lavorare è una necessità e non avere un’occupazione, anche per brevi periodi, significa sempre più non poter pagare l’affitto, il mutuo, le bollette, le rate dell’automobile e, in molti casi, non poter fare la spesa. Per questa ragione può capitare di trovarsi nella condizione di dover accettare un lavoro diverso, o molto distante, da ciò che vorremmo. Tuttavia, non possiamo dimenticare che la selezione del personale, se svolta con attenzione, può avere importanti ripercussioni sia sull’azienda sia sul dipendente. Similmente, poter scegliere il lavoro che desideriamo e per cui ci sentiamo portati può contribuire a determinare il livello di benessere percepito nonché la qualità del servizio offerto.

In altre parole: più mi piace il lavoro che svolgo, più mi sentirò e lavorerò bene. Al contrario, occupare una posizione non desiderata o adatta alla nostra persona può concorrere allo sviluppo di sintomatologie psicologiche, psicosomatiche, elevati livelli di insoddisfazione, sensazione di scarsa realizzazione dei propri bisogni. 

La piramide dei bisogni di Maslow

Lavoro - Maslow

Nel 1954, A. Maslow definì un modello motivazionale dello sviluppo della persona. Esso prevede l’esistenza di una gerarchia di bisogni. Alla base della piramide proposta dall’autore si trovano quelli elementari (fisiologici e connessi al concetto di sopravvivenza – fame, sete, eccetera), la cui soddisfazione costituisce la condizione necessaria per l’emersione (e la conseguente eventuale soddisfazione) dei bisogni superiori.

Nonostante i limiti di questo modello, osservando la struttura gerarchica ipotizzata da Maslow risulta chiaro che la dimensione lavorativa ha delle ripercussioni a vari livelli. Ad esempio, un lavoro scarsamente stimolante o non desiderato può intaccare il bisogno di autorealizzazione dell’individuo; un’occupazione in cui ci sentiamo poco rispettati o non sufficientemente competenti e riconosciuti toccherà il bisogno di stima; un ambiente di lavoro caratterizzato da scarsa cooperazione, in cui non ci percepiamo come parte di un gruppo, ridurrà il senso di appartenenza; svolgere una mansione che provoca in noi ansia e preoccupazione, così come una posizione precaria, lederà il bisogno di sicurezza; infine, l’assenza di un lavoro potrà arrivare a colpire i bisogni più elementari. 

Lavoro e Burnout

Una delle possibili conseguenze di un lavoro che non ci soddisfa ha un nome. Questo effetto si chiama Burnout. Con questo termine si intende una sindrome da stress correlata alla dimensione lavorativa. Elevati livelli di stress, infatti, possono causare un disagio psicofisico con importanti ripercussioni sul proprio stato di salute (fisica ed emotiva), nonché in termini di soddisfazione, impegno nei confronti della propria occupazione e qualità della vita. Inizialmente, il termine burnout veniva utilizzato soprattutto nel caso degli operatori sanitari, spesso vittime di un elevato carico, anche emotivo, di lavoro. Attualmente, esso può essere riferito a qualsiasi occupazione, similmente a quello che viene definito “stress lavoro-correlato” di cui rappresenta una forma cronicizzata.

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *